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Tecnologia: Simon Reynolds, Ernest Cline e la Freneticittà

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Nel suo illuminante e stimolante RETROMANIA lo scrittore Simon Reynolds conia un nuovo termine che tradotto in italiano potrebbe diventare “freneticittà”. Lo stato mentale tipico degli scaricatori cronici di musica in formato digitale mp3 unisce l’ottusità irrequieta dei giocatori di slot machine di Las Vegas, Macao e Atlantic City a una coazione a ripetere, cliccando, digitando titoli e informazioni, simile per certi versi al comportamento dei ratti da laboratorio intenti a premere svariate volte l’interruttore che rilascia la dose di farmaco. Si tratta di una ossessività impaziente e nervosa, la quale può appunto essere definita come “freneticittà”, l’impulso neurologico della vita in rete. Questo genere di impazienza è stato più volte riscontrata nei soggetti che fanno un utilizzo compulsivo di internet e di social network. Il bisogno e la necessità di verificare le notifiche, se il messaggio inoltrato ha ottenuto la doppia spunta blu, e così via, si contrappone sempre secondo Reynolds a quel bisogno di ritiro in una sorta di esistenza monastica e bucolica. Significherebbe disconnettersi da internet: un rifugio pastorale dalla città dell’informazione.

La parola freneticittà nasce dallo spunto derivato da uno spot televisivo di iTunes. Affascinato dalle immagini – un paesaggio urbano auto assemblato di grattacieli e palazzi fatti da pile di cd – Reynolds facendo una ricerca online scopre che lo spot è stato creato e sviluppato da una agenzia pubblicitaria che si chiamava appunto Frantic City, quindi il passaggio a freneticittà è quasi del tutto spontaneo e automatico.

I palazzi musicali del filmato crollano come castelli di carte, per liquefarsi in uno scintillante fiume di dati audio-video per caricarsi a ritmo frenetico su un iPod. Una visione degna del miglior Cronenberg e che per alcuni versi ricorda da vicino l’epifania di Keanu Reeves nel primo Matrix. Del resto il collegamento tra un certo cinema anni Ottanta (e ancora in misura maggiore durante i Novanta) e la tecnologia digitale odierna è abbastanza evidente. Non si tratta di essere smanettoni, geek o appassionati di gaming, ma di vivere un contesto attuale dove la tecnologia è ormai presente nei nostri momenti di svago e di divertimento, al pari che per svolgere molte delle nostre mansioni a livello lavorativo.

Pensiamo a come si è sviluppato il gioco online, partendo da un fenomeno di massa come la Pokermania, fino ad arrivare al mondo delle app, dei browser game, del cloud. Oggi tutto ciò che riguarda ad esempio giochi dell’online casino di Betway o le partite online con i videogiochi in streaming come nel caso della console Luna, avviene attraverso una connessione internet e un dispositivo mobile. Il tutto era iniziato però attraverso il PC fisso e la rete internet esplosa durante la seconda metà degli anni Novanta, prima negli Stati Uniti d’America e successivamente in Europa e nel resto del mondo.

La città del suono è tuttavia la metafora fondante di Metapop, libro di Paul Morley del 2005, dedicato alla musica pop nell’era moderna. Si tratta di un viaggio immaginario e affascinante intrapreso dal suo autore su un’autostrada diretta alla capitale del paese del piacere e alla città concreta dell’informazione. Un panorama suggestivo fatto come un megastore musicale infinito, luccicante e inebriante. Un po’ come se ci si potesse rimpicciolire per entrare nei meccanismi e nei chip di un iPod. Una visione che ricorda da vicino i romanzi di Bruce Sterling e di William Gibson, coniugato però attraverso una lente distorta di concentrato pop in stile Ready Player One di Ernst Cline. Cline in effetti si concentra in misura maggiore sulle canzoni pop e in maniera ancora più netta nel mondo dei giochi, stile arcade. Il tutto è dovuto al discorso legato alla nostalgia e al vintage marketing. Pensiamo ad esempio alle canzoni scelte, ai riferimenti a Robert Zemeckis e al cinema di Joe Dante, John Hughes e Spielberg, al film e al libro Shining di Stephen King e a Blade Runner di Ridley Scott.

Le citazioni si sprecano e tutto ci riporta alla memoria alla prima volta in cui abbiamo collegato il nostro Nintendo, Commodore 64 e Atari. Le prime volte in sala giochi con Adventures, con Arkanoid, con quel genere di gioco arcade, che ancora oggi rivive grazie alla passione del retrogaming. Tutto quello che è stato realizzato negli anni Ottanta e Novanta, con un piccolo accenno anche agli anni Settanta, è stato ripescato, smontato e rimesso a nuovo per il suo grande potenziale in termini di marketing. Del resto i due film campioni d’incasso quest’anno sono stati Barbie e Super Mario Bros, mentre i flop sono Flash e il quinto capitolo di Indiana Jones.

Diciamo pure che Ready Player One da una parte, Simon Reynolds e Nick Hornby dall’altra, ci forniscono le coordinate per leggere la mappa della nostalgia e del marketing rivolto ai giovani vecchi degli anni Ottanta. Un periodo così florido di materia e materiale pop, da influenzare di rimando anche la generazione cresciuta a pane e streaming, che non si perde nessuna serie tv lanciata da Netflix. Aspettando la quinta definitiva stagione di Stranger Things.