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“Cosa indossavi?”: il saggio che supporta le donne in Tribunale

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A cura di Elvira Proia e Rebecca Riitano 
Non sono apparse inosservate le domande che l’avvocata difensore di Ciro Grillo, figlio del comico ligure nonché fondatore del “Movimento 5 Stelle” accusato di violenza sessuale di gruppo avvenuta nella villetta di proprietà della famiglia Grillo a Porto Cervo nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 2019, ha posto a Silvia, la studentessa norvegese che ha denunciato i quattro ragazzi. Lo scorso dicembre, nell’aula di tribunale durante la quarta deposizione della vittima, l’avvocata Antonella Cuccureddu ha cercato di ricostruire l’accaduto ponendo alla studentessa diversi quesiti inerenti all’intimità, come: “In che modo le hanno tolto gli slip?” o “Perché non ha dato un morso?“, per non parlare dei commenti che la stessa “inquisitrice” ha dichiarato per difendere il proprio operato, dicendo alla stampa di ricordarsi che “non si può fare una violenza sessuale se uno ha i pantaloni“.
Dei fatti che immaginiamo non possano succedere all’interno di un tribunale ma che, purtroppo, accadono ed è proprio su questo punto che Iacopo Benevieri si sofferma nel suo saggio “Cosa indossavi?“, edito da Tab edizioni, in cui indaga l’uso delle parole nei processi per casi di stupro e sugli stereotipi che con esse si trascinano. L’autore, avvocato penalista ed esperto di linguaggio come mezzo per l’affermazione dei diritti e dei poteri, fa partire la sua analisi da un approfondimento, fra storia e mitologia, sulle origini di quel senso di colpa che spesso, più o meno inconsciamente, trattiene una donna dal denunciare subito un abuso, perché convinta di esserne co-responsabile. Ed ecco che il lettore legge come Zeus abbia contribuito alla violenza di Ade nei confronti di Persefone, comprende come il dio Pan venisse visto come il generatore del “timor panico” e scopre come, purtroppo, la denuncia venisse vista già all’epoca degli antichi greci come una minaccia, visto che nel mito la dea Atena decide di punire Aracne proprio perché quest’ultima ha denunciato le violenze subite cucendole su una tela. E come lo fa? Trasformandola in ragno, un sinonimo estetico, possiamo azzardarci a dire, su come si sentono le vittime di stupro. Appare illuminante, di conseguenza, l’elenco delle 12 false credenze legate alle violenze sessuali: da quella sugli autori di stupro che nella maggior parte dei casi sarebbero sconosciuti alla vittima (mentre le statistiche provano da tempo l’esatto contrario), a quella sul ruolo giocato dall’abbigliamento e dai comportamenti della donna nel giustificare l’azione dell’aggressore. Dodici macigni che costituiscono il cosiddetto “senso comune” sul tema degli abusi e che, fa capire Benevieri, sfruttati più o meno subdolamente da avvocati e magistrati in sede dibattimentale, possono finire con l’infiltrarsi nelle sentenze.
Dopo un’analisi sui vari tipi di confronto linguistico che si stabiliscono fra due interlocutori (se fra di essi ci sono un soggetto forte e uno debole), lo scrittore entra definitivamente in aula per descrivere l’ampia casistica, dedotta dai verbali, di condizionamenti, degradazioni e intimidazioni subiti dalle vittime di violenza chiamate a deporre sulla propria denuncia. Il tutto, ruota intorno all’analisi di una semplice domanda, ma che in realtà può contenere diverse interpretazioni: “L’imputato… Le piaceva, no?
Lo stile di Benevieri appare asciutto e scientifico, per cui la narrazione in alcune parti del libro può apparire lenta, ma di certo illuminante e del tutto attuale. Lo scopo dell’autore, come si può leggere nella parte conclusiva del saggio, è di suggerire di utilizzare un linguaggio più sensibile nei confronti della vittima chiamata a testimoniare, in quanto più debole e vulnerabile, senza comunque rinunciare ai diritti e ai doveri della propria funzione di avvocato. Il messaggio di Iacopo è molto importante e rimane una speranza per un futuro cambiamento nel campo linguistico e forense. Ma appunto futuro, perché per adesso, come è accaduto nel caso di Ciro Grillo e della sua avvocata Antonella Cuccureddu, è riuscito soltanto a evidenziare come, al giorno d’oggi, nelle aule dei tribunali siano presenti ancora una dea come Atena e un’innocente come Aracne.