«È stato approvato l’O.d.G. della maggioranza di centrosinistra del Comune di Anzio: Condanna degli episodi di violenza durante le manifestazioni pubbliche, solidarietà alle vittime e alle Forze dell’Ordine, tutela di tutte le manifestazioni pacifiche, solo con l’ascolto delle ragioni delle piazze si riduce il conflitto sociale.
Il gruppo consigliare di Alternativa per Anzio ha votato convintamente l’ordine del giorno della maggioranza, di condanna delle violenze avvenute durante le manifestazioni dei giorni scorsi. Lo abbiamo fatto senza esitazioni perché nessuna forma di violenza può essere considerata accettabile, indipendentemente da chi la esercita. Le aggressioni, i danneggiamenti e gli scontri non rappresentano mai una soluzione e finiscono sempre per aggravare i problemi che dichiarano di voler affrontare. Ma il compito della politica non può fermarsi alla condanna. Condannare è doveroso. Comprendere è necessario. Quando episodi come quelli visti nelle principali città italiane si ripetono, la domanda da porsi non è soltanto come punire chi ha sbagliato, ma anche perché una parte dei giovani scelga sempre più spesso il linguaggio della rabbia, dello scontro e della distruzione come forma di espressione. Se la politica rinuncia a interrogarsi sulle cause profonde dei fenomeni sociali, si limita a rincorrere le emergenze senza mai risolverle.
Per anni abbiamo osservato ciò che accadeva nelle periferie francesi, nelle banlieue. Abbiamo visto come l’emarginazione sociale, le disuguaglianze, la mancanza di opportunità, la concentrazione della povertà e il senso di esclusione abbiano progressivamente alimentato fratture profonde tra intere generazioni e le istituzioni. Quelle rivolte avrebbero dovuto insegnarci qualcosa.
Abbiamo spesso pensato che in Italia quel modello non si sarebbe mai riprodotto. E invece, mentre ci rassicuravamo, sono cresciuti quartieri segnati da difficoltà economiche, famiglie sempre più fragili, giovani che percepiscono un futuro incerto e che faticano a sentirsi parte di una comunità che li riconosca davvero.
Naturalmente nulla di questo giustifica la violenza. Chi commette reati deve risponderne. Tuttavia sarebbe un errore pensare che basti aumentare i controlli, inasprire le sanzioni o militarizzare il territorio per risolvere problemi che hanno radici sociali, economiche e culturali.
Il problema è che la direzione intrapresa sembra essere un’altra. Anziché interrogarsi sulle ragioni profonde del disagio sociale che attraversa il Paese, il dibattito pubblico tende a concentrarsi quasi esclusivamente sugli episodi di violenza, trasformandoli nell’unica lente attraverso cui leggere fenomeni molto più complessi. Eppure, nelle piazze degli ultimi giorni sono scesi studenti, lavoratori, agricoltori, autotrasportatori e tante altre categorie che esprimono preoccupazioni reali legate al costo della vita, alla precarietà e alla perdita di prospettive. Ridurre tutto a un problema di ordine pubblico significa rischiare di non ascoltare il messaggio che quelle manifestazioni, nella loro parte largamente pacifica, cercano di consegnare alla politica.
Allo stesso tempo, preoccupa una narrazione pubblica che sempre più spesso individua bersagli e alimenta contrapposizioni. Quando si evocano conflitti identitari o si suggerisce che alcuni gruppi sociali rappresentino una minaccia per altri, si semina terreno fertile per la rabbia e per la radicalizzazione del confronto. Non possiamo stupirci se una società continuamente esposta a messaggi divisivi finisce per produrre tensioni sempre più difficili da governare.
Dire questo non significa in alcun modo giustificare le violenze. Significa, al contrario, assumersi la responsabilità di comprenderne le cause. La politica deve certamente garantire la sicurezza e pretendere il rispetto delle regole, ma deve anche interrogarsi sui propri errori e sulle fratture che attraversano la società. Solo comprendendo ciò che genera rabbia, esclusione e senso di abbandono sarà possibile invertire la rotta ed evitare che il conflitto sociale si trasformi, ancora una volta, in scontro e violenza.
La lezione delle banlieue francesi era proprio questa: ignorare il disagio, limitarsi alla repressione e rinunciare a costruire inclusione non elimina il problema, ma lo rinvia e lo amplifica. Per questo la sfida non è scegliere tra sicurezza e comprensione. La sfida è avere la capacità di garantire entrambe. Solo una società che sa ascoltare prima che esploda la rabbia può evitare di inseguirla quando ormai è diventata violenza»
- Alternativa per Anzio



