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Ad Anzio arriva l’arte contemporanea, Gianluca Marziani: «Vogliamo che le opere diventino punti di riferimento per i cittadini»

Intervista al curatore della seconda edizione del Think Tank Art, il festival di arte contemporanea che per una settimana coinvolge l’intero territorio di Anzio, dalle piazze alle istituzioni di Martina Esposito Per il secondo anno Anzio parla il linguaggio contemporaneo con il Think Tank Art, un festival diffuso che dal 14 al 20 settembre 2026 […]

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Intervista al curatore della seconda edizione del Think Tank Art, il festival di arte contemporanea che per una settimana coinvolge l’intero territorio di Anzio, dalle piazze alle istituzioni

di Martina Esposito

Per il secondo anno Anzio parla il linguaggio contemporaneo con il Think Tank Art, un festival diffuso che dal 14 al 20 settembre 2026 trasforma piazze, strade e luoghi istituzionali della città in un museo a cielo aperto. Nato da un’idea di Giuseppe Barone, Luciano Minutolo, Gianluca Palmese e Ludovica Rossi Purini, il progetto punta alla riqualificazione degli spazi e alla valorizzazione del patrimonio locale: a fare da filo conduttore, l’arte contemporanea, portata in città sia da artisti noti a livello internazionale che dalla comunità creativa del territorio. A curare questa nuova e ambiziosa edizione è Gianluca Marziani, critico e curatore d’arte di primo piano, che ci ha raccontato le idee alla base della settimana a cui ha dato il titolo di “Ecologica”.

Gianluca Marziani, cosa la porta ad Anzio?
Sono entrato in contatto con il territorio grazie all’amicizia con Ludovica Rossi Purini, attraverso cui ho poi conosciuto Giuseppe Barone, due tra i principali promotori dell’iniziativa. Per la prima edizione ho contribuito con un solo intervento e da lì è nato un rapporto che ci ha portato quest’anno all’idea di curatela: l’obiettivo era prendere in mano il festival e dargli una spinta per renderlo più focalizzato sull’arte contemporanea.

Come avete lavorato sull’immagine della città?
Attraverso il concetto di ecologismo abbiamo voluto evidenziare come Anzio sia un luogo simbolico: lo è per il tema della pace, ma anche per il suo mare meraviglioso e per la sua connotazione archeologica legata all’antica Roma. Insieme a tutto questo la città ha molto da recuperare, a partire da suoi musei, che sono piccoli, sottovalutati e che avrebbero bisogno di più cura e continuità. Vorrei che Think Tank Art iniziasse a entrare proprio in questi luoghi, creando contaminazioni intelligenti e portando l’arte contemporanea al loro interno. L’obiettivo è anche lasciare alla cittadinanza opere che diventino dei veri e propri “landmark”, ovvero punti di riferimento visivo che entrano a far parte del tessuto urbano. Penso a frasi come: “Ci vediamo allo stendardo giallo” in piazza. Quando l’opera diventa parte del tessuto della comunità – come darsi appuntamento alla fontana o in piazza – allora ha raggiunto il suo scopo.

Questo genere di iniziative porterà concretamente le persone nei luoghi in genere percepiti come istituzionali? Pensiamo a Villa Sarsina.
Me lo auguro, ma bisogna alimentare il motore: servono continuità, disciplina, metodologia, investimenti e convinzione. Le iniziative one-shot sono come stelle comete, appaiono e scompaiono. Qui serve un investimento culturale che vada oltre il valore economico. L’arte ha uno dei migliori rapporti qualità-prezzo in termini di risultati: si installa nel territorio, viene assorbita, crea simboli e visioni, ed è una delle forme più connettive che abbiamo. Dove c’è un’accademia, un tessuto giovanile e fermento culturale nascono nuove associazioni, gallerie e comunità creative. Come dico sempre: i fiori non crescono nel deserto, crescono dove ci sono altri fiori. Noi stiamo mettendo dei semi, ed è importante che qualcuno li annaffi.

Che importanza ha per un territorio l’arrivo di un artista che espone in luoghi prestigiosissimi come Daniele Sigalot?
Daniele Sigalot è molto attenzionato in Italia a livello istituzionale: arriva da una mostra appena inaugurata alla Camera dei Deputati e da un documentario prodotto da Rai Cultura. Ha una capacità straordinaria di leggere e applicare la propria poetica al territorio. Qui ha fatto un lavoro splendido, così come Antonio Catalani, Caterina Giglio e Stefano Trappolini, passando per l’omaggio a Fausto delle Chiaie e la valorizzazione di un grande collezionista locale. I territori devono capire il valore dell’artista visivo, che non va confuso con la popolarità mediatica di un personaggio televisivo o musicale. Va benissimo Jovanotti, ma è importante che ci sia anche Daniele Sigalot: sono mondi che devono convivere.

Questa seconda edizione del festival si intitola “Ecologica”, perché?
L’idea è nata dalla ricerca di un titolo: mi sembrava che il concetto di “riuso intelligente” fosse la chiave di volta, soprattutto in un contesto di povertà di mezzi e ricchezza di contenuti. Eravamo poveri di risorse ma ricchissimi di idee, da cui il gioco di parole tra ecologia e logica. Da qui siamo arrivati a confrontare il genio naturale dell’artista con l’intelligenza artificiale, cercando di connettere le due dimensioni attraverso l’arte.

Tra le varie “intelligenze” c’è anche quella del luogo.
Il genius loci, inteso proprio come vocazione del territorio, è il punto di partenza di ogni progetto, soprattutto in Italia. Ne siamo i più grandi produttori al mondo, forse lo abbiamo inventato noi, ma è solo un inizio. La Villa di Nerone fa parte di questa sfera, ma se poi non si investe nel suo recupero e nella sua valorizzazione, resta solo un concetto astratto. Il genius loci va rimesso in moto, inserito concretamente nella macchina della vita.

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Redazione Ilgranchio.it
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