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Intervista a Roberto Alicandri, “chi si prende cura di un familiare non ha bisogno di compassione, ha bisogno di uno Stato che faccia lo Stato”

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L’approfondimento pubblicato questa settimana da la Repubblica riporta all’attenzione nazionale il dramma dei caregiver familiari. Un tema affrontato pochi giorni fa anche in Consiglio comunale dal presidente del Consiglio comunale di Nettuno, Roberto Alicandri. Durante la seduta è stata approvata l’istituzione del garante per i diritti delle persone con disabilità. Un argomento che ha impegnato l’assise in un confronto. Durante i lavori, segnalare l’intervento del presidente del consiglio comunale Roberto Alicandri. Che sull’argomento abbiamo ascoltato.

Presidente Alicandri, perché ha sentito il bisogno di portare questo tema in Consiglio comunale?
Perché c’è un’Italia che non fa rumore. Un’Italia che non sciopera, che non manifesta, che non ha tempo nemmeno di protestare. È l’Italia dei caregiver familiari.
Sono persone che ogni mattina si alzano sapendo che non avranno un giorno libero, che non avranno ferie, che forse non dormiranno la notte successiva e che, nonostante tutto, continueranno a prendersi cura di chi amano.
La politica parla continuamente di famiglia. Poi, quando la famiglia resta sola davanti alla disabilità o alla non autosufficienza, scompare.

L’articolo di Repubblica parla addirittura di una “prigione”. È un’immagine troppo forte?
No. È una parola dura, ma purtroppo reale.
Quando non puoi assentarti nemmeno un’ora perché tuo figlio, tua moglie o tuo padre hanno bisogno di te; quando rinunci al lavoro, agli amici, alle vacanze, perfino a curare te stesso, quella non è più una vita normale.
Non è la persona disabile ad essere un peso. È l’abbandono delle istituzioni a trasformare l’amore in una prigione.
Ed è questo che molti continuano a non capire.

Lei parla con particolare partecipazione di questo tema.
Perché ci sono argomenti che non si possono affrontare solo leggendo una relazione o un dossier.
Io conosco da vicino cosa significa organizzare ogni giornata intorno ai bisogni di una persona fragile. So cosa vuol dire vivere con la preoccupazione del presente e, soprattutto, del futuro.
Ed è proprio questa esperienza che mi impedisce di accettare una narrazione fatta di annunci e slogan.
I caregiver non hanno bisogno che qualcuno dica loro “siete straordinari”. Lo sanno già quanto è difficile la loro vita. Hanno bisogno che qualcuno gli dia finalmente una mano.

La legge in discussione viene presentata come un passo avanti. Le associazioni, però, la contestano.
Perché rischia di essere un passo troppo corto.
Se confermerà i criteri di cui si parla, migliaia di famiglie resteranno escluse. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non basta istituire una figura sulla carta se poi non le si riconoscono diritti reali.
Questa è una battaglia che va affrontata senza propaganda.
Perché quando una madre è costretta a lasciare il lavoro, quando un padre arriva al burnout, quando una famiglia si impoverisce per garantire assistenza privata, non siamo davanti a un problema individuale.
Siamo davanti al fallimento dello Stato sociale.

Che cosa manca davvero?
Manca un’idea di welfare costruita sulle persone.
Servono assistenza domiciliare che funzioni davvero, servizi di sollievo, tutele previdenziali, sostegni economici adeguati e la possibilità di continuare a lavorare senza essere costretti a scegliere tra lo stipendio e il proprio figlio.
Oggi lo Stato risparmia miliardi grazie ai caregiver.
Se domani quei sette milioni di persone decidessero, anche solo per un giorno, di fermarsi, il sistema collasserebbe.
Eppure continuiamo a trattarli come se il loro sacrificio fosse un fatto privato.

Qual è il messaggio che vuole lanciare?
Vorrei che smettessimo di chiamarli eroi.
Gli eroi vengono applauditi. Poi, finiti gli applausi, restano soli.
Io vorrei che fossero considerati cittadini con dei diritti.
Perché un Paese civile non misura la propria grandezza da quanto riesce a commuoversi davanti a una storia drammatica. La misura da quanto riesce a impedire che quella storia si ripeta.
La Repubblica ha acceso un faro su milioni di famiglie. Mi auguro che quella luce non si spenga domani, perché i caregiver non hanno bisogno dell’attenzione di un giorno. Hanno bisogno di una politica che, finalmente, si assuma le proprie responsabilità.