Home Disabililife L’Orchestra Invisibile dei jazzisti autistici.

L’Orchestra Invisibile dei jazzisti autistici.

A Cascina Rossago, nell’Oltrepò pavese, da dodici anni persone con autismo, operatori e musicisti si incontrano per divertirsi, suonando.

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Usava dire Louis Armostrong: “Cos’è il jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai”. È un genere musicale impossibile da decifrare: è improvvisazione ma ha anche regole prestabilite, è spontaneo e, al tempo stesso, ripetitivo.

Malgrado queste caratteristiche, che lo fanno apparire quantomeno impegnativo, è stato scelto da una band molto particolare: l’Orchestra Invisibile, composta da quattordici persone con autismo e da altrettanti musicisti e operatori sanitari che, però, pochissimi hanno visto esibirsi in pubblico. Il progetto è della Cascina Rossago, una struttura residenziale di Ponte Nizza, in provincia di Pavia, specializzata nella cura e nella riabilitazione delle persone con disturbo dello spettro autistico. Tre casette ricavate da un casale abbandonato in cui si sperimentano attività agricole, artigianali e di allevamento in stalla.

E dove si fa anche buona musica con l’obiettivo, minimo, di andare tutti insieme a tempo, divertendosi. “Mi venne chiesto di tenere un piccolo concerto jazz, all’interno della struttura, in occasione del Natale” – spiega Pierluigi Politi, ideatore del progetto e Professore di psichiatria all’Università di Pavia – “Tra il pubblico c’erano ragazzi con problemi comportamentali di non poco conto che rimasero affascinati dalla musica. Allora proposi di organizzare qualcosa di musicale un pomeriggio a settimana. Sono quasi dodici anni che, ogni venerdì, suoniamo e sempre con musicisti diversi. Si sono alternate, ormai, quattro generazioni di invisibili”.

La maggior parte dei giovani ha una diagnosi di autismo grave: non parla ma riesce, comunque, a esprimersi bene con la musica. “Non si tratta di un laboratorio di musicoterapia – tiene a sottolineare il Professor Politi – “noi suoniamo soprattutto per divertirci. Facciamo delle vere e proprie jam session”.

Si tende a pensare che le persone con autismo siano perennemente isolate, non in grado di interagire né di andare a tempo quando suonano. Invece, “tutti i 25 membri del gruppo – aggiunge il Professore – riescono a seguire il ritmo, a divertirsi e a improvvisare”. Sono in grado, quindi, “di rompere quegli schemi stereotipati propri della patologia di cui soffrono. E in questo la musica aiuta molto: saremmo portati a pensare all’autismo come a un Bolero di Ravel, invece facciamo jazz. Un genere che ben si presta, da un lato, a rispettare l’esigenza delle persone con autismo di una routine immutabile e ripetitiva, attraverso l’adozione delle regole della musica. D’altro canto, però, il jazz è improvvisazione, libertà assoluta. Si tratta di una formula che giova particolarmente alle persone autistiche che, seppur ancorate alle strutture armoniche, imparano anche ad allontanarsene, almeno temporaneamente”.

E così, ogni fine settimana accade un piccolo miracolo: si inizia dispersi, stonati e fuori tempo ma alla fine, dopo un’ora e mezza, i ritmi di tutti i musicisti coincidono. Ma se suonare insieme non è un problema, più difficile è esibirsi davanti a un pubblico. Per questo l’orchestra si è auto-definita Invisibile. All’inizio, i componenti suonavano solo tra loro all’interno di un Laboratorio sulla comunicazione non verbale. Le persone con autismo, dai 22 ai 52 anni, venivano affiancate da musicisti di professione, da studenti di corsi di laurea in medicina o da educatori professionali. Dopo una prima fase di avvicinamento reciproco, gli organizzatori hanno provato a fare il salto di qualità organizzando un’esibizione davanti a un pubblico molto ristretto. Per non turbare troppo le persone con autismo si è cercato un escamotage che li facesse vedere ma con discrezione. “Inizialmente avevano timore per le situazioni pubbliche – spiega Paolo Orsi, responsabile della Cascina Rossago – “alcuni persone hanno veramente problemi comportamentali molto gravi e non sono in grado di affrontare platee numerose”. Per alleviare questo disagio sono state sperimentate diverse soluzioni. Come quella di un pannello semi trasparente, ideato e realizzato da un architetto, padre di uno dei giovani autistici: loro si sentivano protetti dalla struttura, ma gli spettatori potevano vederli lo stesso. “Abbiamo anche suonato in penombra in un teatro di Torino e poi con un pubblico amico a Tortona. Alla fine, uno dei ragazzi che si esprime con la comunicazione facilitata ha scritto che voleva ancora applausi” – aggiunge Pierluigi Politi – “e allora abbiamo scoperto che se manteniamo la struttura dell’orchestra, che è un cerchio chiuso in cui tutti noi ci guardiamo, possiamo anche affrontare un pubblico numeroso. Ma lo facciamo solo un paio di volte l’anno, perché è un’esperienza che va preparata ed è spesso faticosa”.

In questi anni, l’esperienza dell’Orchestra Invisibile ha prodotto anche dei piccoli ma costanti miglioramenti in persone con gravi forme di autismo, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione e la socializzazione. “Ma quello che è più importante – conclude Politi -, è che c’è stato un avvicinamento reciproco: noi ci siamo accorti delle loro ricchezze, dei loro talenti sepolti e loro sono stati messi in grado di farli emergere, in una serie di momenti di condivisione”.