Clelia, una dottoressa clown in corsia.

Clelia, una dottoressa clown in corsia.

Affetta da autismo, realizza il sogno di regalare sorrisi a chi è ricoverato in ospedale.

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Clelia Fuga ce l’ha fatta, ha realizzato il suo sogno. Dopo un anno di corso e un tirocinio, ha sostenuto un esame ed è diventata “Dottoressa in blue”: è un medico clown, cura la tristezza e la paura testimoniando, con la sua stessa presenza, che tutto è possibile e nessun ostacolo è troppo grande da affrontare. Perfino lei, una ragazza con autismo che, seppur lieve, comporta qualche problema di socializzazione e di comunicazione, può donare il suo tempo agli altri, portando il sorriso tra le corsie di un ospedale.
Clelia ha 29 anni e vive a Mirano, in provincia di Venezia. Aveva quattro anni quando le fu diagnosticato l’autismo che, per lei, non rappresenta un grave problema: lo ha accettato e ha imparato a conviverci, anche grazie alle terapie (logopedia, psicomotricità, musicoterapia e ippoterapia), alle tecnologie e agli impegni che, con l’aiuto della mamma, sta portando avanti “Per non stare sempre a casa senza far nulla” – afferma – “Ho difficoltà a relazionarmi con gli altri, ma non con tutti. Ho pochi amici, ma riesco a comunicare abbastanza bene, un po’ con la scrittura facilitata, un po’ verbalmente”. Confessa di non fare più le terapie da qualche anno ma di prendere degli psicofarmaci che “mi tengono calma e serena. Prima, ero molto nervosa e alzavo spesso le mani”.
L’idea di diventare “Dottoressa in blue” (è il suo “nome d’arte”, n.d.r.) le è venuta quando frequentava la scuola media. “Sono stata ricoverata in ospedale per dieci giorni per una crisi di panico. Venivano i dottori clown a farmi sorridere e da quel momento ho deciso di aiutare gli altri, in quel modo”.
Dopo aver fatto qualche esperienza come animatrice, Clelia ha scelto di “diventare per sempre un medico clown” e ha iniziato, un anno fa, a frequentare il corso: cinque incontri, tre mesi di tirocinio e l’esame finale: “Il 3 ottobre ho fatto il colloquio, insieme alla mia mamma. Appena ha saputo che ero stata promossa, mi ha abbracciato, si è messa a piangere e mi ha detto che era orgogliosa di me. Poi, finalmente, domenica 9, mi hanno consegnato il camice bianco!”.
La “neo dottoressa” ha intenzione di “andare nei vari ospedali d’Italia a portare tanta gioia e tanta allegria dove c’è più urgenza di sorridere nei momenti di difficoltà. Di sicuro dedicherò a questo molto tempo, perché è una cosa che ho tanto sognato e finalmente si è realizzata. Mi piace anche vedere mia mamma orgogliosa di me, giorno dopo giorno: la felicità di mia mamma è la mia forza”.
Clelia ha le idee chiare anche sul proprio futuro: “Sicuramente, voglio aiutare i bambini, i ragazzi e gli adulti autistici a non vergognarsi di esserlo e a vivere in modo sereno e gioioso. Ci saranno momenti tristi, ma avremo sempre i genitori ad aiutarci lungo i nostri percorsi. E quando non ci saranno più, dovremo andare avanti da soli e ricordare le nostre mamme e i nostri papà con il cuore”.
Anche questa storia dimostra come, valorizzando le capacità residue della persona, la disabilità può diventare una risorsa a cui la società può attingere.
foto-clelia

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